Cercate un dizionario di spagnolo?

¡Hola!

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In quest’occasione volevo parlarvi di un meraviglioso dizionario della lingua spagnola, il “Diccionario de uso del español” di María Moliner. È stato mio padre (che è uno scrittore) a consigliarmi questo dizionario e vi dico che l’ho amato fin dalla prima ricerca.
Volevo sapere il parere di altre persone e così ho cominciato a cercare delle recensioni e cercando cercando mi sono ritrovata in un articolo del 1981 del giornale El País scritto da Gabriel García Márquez! Nell’articolo il premio nobel per la letteratura non solo recensisce il dizionario ma ci racconta un po’ di María Moliner e di come ha fatto a creare questo suo capolavoro.

Ho tradotto l’articolo per condividerlo con voi, ma vi lascio anche l’originale e il link del giornale dove l’ho trovato così potete ripassare un po’ di spagnolo!

…Se volevate un parere su un dizionario il grande Gabo ci consigliava questo! 🙂

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La donna che scrisse un dizionario
Gabriel García Márquez

10 FEB 1981

Tre settimane fa, passando da Madrid, ho voluto visitare María Moliner. Trovarla non è stato così semplice come immaginavo: alcune persone che dovrebbero saperlo ignoravano chi fosse, e non mancavano coloro che la scambiavano per una famosa stella del cinema. Finalmente riuscì a contattare suo figlio minore che fa l’ingegnere industriale a Barcellona, lui mi fece sapere che non sarebbe stato possibile visitare sua madre per problemi di salute. Pensai che fosse una crisi momentanea e che forse avrei potuto vederla in un futuro viaggio a Madrid. Ma la settimana scorsa, quando ero già a Bogotá, mi telefonarono per darmi la brutta notizia che María Moliner era morta. Mi sentivo come se avessi perso qualcuno che inconsapevolmente aveva lavorato per me per molti anni. María Moliner (per dirla nel modo più breve possibile) fece una prodezza con pochi precedenti: scrisse da sola, in casa, con la propria mano, il dizionario più completo, più utile, più scrupoloso e più divertente della lingua spagnola. Si chiama “Dizionario dell’uso dello spagnolo”, ha due volumi di circa 3.000 pagine in totale, del peso di tre chili, e diventa, di conseguenza, due volte più lungo rispetto a quello della Real Accademia della Lingua, e a mio avviso, due volte meglio. María Moliner lo scrisse nelle ore libere che le lasciava il suo lavoro come bibliotecaria, e nelle ore libere di quello che le lasciava il lavoro che lei considerava il suo vero mestiere: rammendare calzini. Uno dei suoi figli, a cui chiesero di recente quanti fratelli avesse, rispose: “Due maschi, una femmina e il dizionario”. Si deve sapere come fu scritta l’opera per capire quanta verità c’è in quella risposta.

María Moliner nacque a Paniza, una città di Aragona nel 1900. Oppure, come lei diceva con grande autorità “nell’anno zero”. Così al momento della morte aveva compiuto ottanta anni. Studiò lettere e filosofia a Saragozza e ottenne mediante concorso, l’ammissione al Corpo degli archivisti e bibliotecari della Spagna. Sposò Don Fernando Ramón y Ferrando, un prestigioso professore universitario che insegnava a Salamanca una scienza strana: base fisica della mente umana. María Moliner crebbe i suoi figli proprio come una tipica madre spagnola, con mano ferma e dandogli da mangiare troppo, anche negli anni difficili della guerra civile, dove non c’era molto da mangiare. Il più grande diventò medico investigatore, il secondo diventò architetto e la figlia diventò un’insegnante. Solo quando il più piccolo iniziò la carriera d’ingegnere industriale, María Moliner sentì di avere troppo tempo libero dopo le sue cinque ore come bibliotecaria, e decise di occuparlo scrivendo un dizionario. L’idea le arrivò grazie al dizionario Learner’s Dictionary, con il quale imparò l’inglese. È un dizionario d’uso, cioè, che non solo dice il significato delle parole, ma indica anche come vengono utilizzate e ne propone altre con le quali possono essere sostituite. “Si tratta di un dizionario per scrittori”, disse una volta María Moliner, parlando del suo dizionario, e lo disse con molta saggezza. Nel dizionario della Reale Accademia della lingua, invece, le parole sono ammesse quando sono sul punto di morire, consumate dall’uso, e le sue definizioni rigide sembrano appese a un chiodo. Fu contro questo criterio di imbalsamatori che María Moliner si mise a scrivere il suo dizionario nel 1951. Calcolò che sarebbe finito in due anni, e quando passarono dieci anni era ancora a metà. “Le mancavano sempre due anni per finire”, mi disse suo figlio più giovane. In un primo momento gli dedicava due o tre ore al giorno, però man mano che i figli si sposavano e se ne andavano via di casa, le rimaneva più tempo disponibile, fino a che arrivò a lavorare dieci ore al giorno, più le cinque in biblioteca. Nel 1967 pressata soprattutto dalla casa editrice Gredos, (che l’aspettava da cinque anni) diede il dizionario terminato. Ma continuò a produrre schede, e al momento della sua morte aveva diversi metri di nuove parole che aspettava di vedere incluse nelle future edizioni. In realtà, ciò che quella donna da favola aveva intrapreso era una gara di velocità e resistenza contro la vita.

Suo figlio Pedro mi ha raccontato come lavorava. Dice che un giorno si alzò alle cinque di mattino, divise un foglio in quattro parti uguali e cominciò a scrivere schede di parole senza ulteriori preparativi. I suoi unici strumenti di lavoro erano due leggii e una macchina da scrivere portatile, che sopravvisse alla scrittura del dizionario. Prima lavorava sul tavolino del soggiorno. Poi, quando si sentì naufragare tra libri e appunti, usò una tavola di legno appoggiata allo schienale di due sedie. Il marito fingeva un’impassibilità da saggio, ma a volte misurava segretamente il malloppo di schede con un metro a nastro, e inviava le notizie ai loro figli. Una volta disse loro che il dizionario era già all’ultima lettera, ma tre mesi più tardi disse loro, deluso, che era tornata alla prima. Era naturale, perché María Moliner aveva un metodo infinito: pretendeva cogliere al volo tutte le parole della vita. “Soprattutto quelle che trovo sui giornali”, disse in un’intervista. “Perché lì abita la lingua viva, quella che si sta usando, le parole che devono essere inventate al momento per necessità.” Solo fece un’eccezione: le cosiddette cattive parole, che sono molte e forse le più usate in Spagna di tutti i tempi. È il più grande difetto del suo dizionario, e María Moliner visse abbastanza per capirlo, ma non abbastanza per correggerlo.

Trascorse i suoi ultimi anni in un appartamento al nord di Madrid, aveva un cortile grande, dove teneva molti vasi di fiori, che innaffiava con tanto amore, come se fossero parole in cattività. Si compiaceva con le notizie che dicevano che il suo dizionario aveva venduto più di 10.000 copie in due edizioni, che compiva lo scopo che lei si era imposto e che alcuni studiosi della lingua lo consultavano in pubblico senza arrossire. A volte arrivava un giornalista trasandato. A uno che le chiese perché non rispondeva alle numerose lettere che riceveva gli rispose con più freschezza dei loro fiori, “Perché sono troppo pigra.” Nel 1972 è stata la prima donna la cui candidatura è stata presentata presso l’Accademia della lingua, ma i signori studiosi non hanno avuto il coraggio di rompere la sua venerabile tradizione maschilista. Osarono solo due anni fa, e accettarono la prima donna, ma non fu María Moliner. Lei si rallegrò quando lo seppe, perché era terrorizzata dal discorso di ammissione. “Che potevo dire io”, disse allora, “Se nella mia vita non ho fatto altro che cucire calzini?”.

Copyright 1981 Gabriel García Márquez-ACI.

* Questo articolo è apparso nell’edizione della stampa di Martedì 10 febbraio 1981 del giornale El País

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María Juana Moliner Ruiz (1900 Madrid – 1981 Madrid)

Testo originale:

La mujer que escribió un diccionario
Gabriel García Márquez

10 FEB 1981

Hace tres semanas, de paso por Madrid, quise visitar a María Moliner. Encontrarla no fue tan fácil como yo suponía: algunas personas que debían saberlo ignoraban quién era, y no faltó quien la confundiera con una célebre estrella de cine. Por fin logré un contacto con su hijo menor, que es ingeniero industrial en Barcelona, y él me hizo saber que no era posible visitar a su madre por sus quebrantos de salud. Pensé que era una crisis momentánea y que tal vez pudiera verla en un viaje futuro a Madrid. Pero la semana pasada, cuando ya me encontraba en Bogotá, me llamaron por teléfono para darme la mala noticia de que María Moliner había muerto. Yo me sentí como si hubiera perdido a alguien que sin saberlo había trabajado para mí durante muchos años.María Moliner -para decirlo del modo más corto- hizo una proeza con muy pocos precedentes: escribió sola, en su casa, con su propia mano, el diccionario más completo, más útil, más acucioso y más divertido de la lengua castellana. Se llama Diccionario de uso del español, tiene dos tomos de casi 3.000 páginas en total, que pesan tres kilos, y viene a ser, en consecuencia, más de dos veces más largo que el de la Real Academia de la Lengua, y -a mi juicio- más de dos veces mejor. María Moliner lo escribió en las horas que le dejaba libre su empleo de bibliotecaria, y el que ella consideraba su verdadero oficio: remendar calcetines. Uno de sus hijos, a quien le preguntaron hace poco cuántos hermanos tenía, contestó: «Dos varones, una hembra y el diccionario». Hay que saber cómo fue escrita la obra para entender cuánta verdad implica esa respuesta.

María Moliner nació en Paniza, un pueblo de Aragón, en 1900. O, como ella decía con mucha propiedad: « En el año cero”. De modo que al morir había cumplido los ochenta años. Estudió Filosofía y Letras en Zaragoza y obtuvo, mediante concurso, su ingreso al Cuerpo de Archiveros y Bibliotecarios de España. Se casó con don Fernando Ramón y Ferrando, un prestigioso profesor universitario que enseñaba en Salamanca una ciencia rara: base física de la mente humana. María Moliner crió a sus hijos como toda una madre española, con mano firme y dándoles de comer demasiado, aun en los duros años de la guerra civil, en que no habla mucho que comer. El mayor se hizo médico investigador, el segundo se hizo arquitecto y la hija se hizo maestra. Sólo cuando el menor empezó la carrera de ingeniero industrial, María Moliner sintió que le sobraba demasiado tiempo después de sus cinco horas de bibliotecaria, y decidió ocuparlo escribiendo un diccionario. La idea le vino del Learner’s Dictionary, con el cual aprendió el inglés. Es un diccionario de uso; es decir, que no sólo dice lo que significan las palabras, sino que indica también cómo se usan, y se incluyen otras con las que pueden reemplazarse. «Es un diccionario para escritores», dijo María Moliner una vez, hablando del suyo, y lo dijo con mucha razón. En el diccionario de la Real Academia de la Lengua, en cambio, las palabras son admitidas cuando ya están a punto de morir, gastadas por el uso, y sus definiciones rígidas parecen colgadas de un clavo. Fue contra ese criterio de embalsamadores que María Moliner se sentó a escribir su diccionario en 1951. Calculó que lo terminaría en dos años, y cuando llevaba diez todavía andaba por la mitad. «Siempre le faltaban dos años para terminar», me dijo su hijo menor. Al principio le dedicaba dos o tres horas diarias, pero a medida que los hijos se casaban y se iban de la casa le quedaba más tiempo disponible, hasta que llegó a trabajar diez horas al día, además de las cinco de la biblioteca. En 1967 -presionada sobre todo por la Editorial Gredos, que la esperaba desde hacía cinco años- dio el diccionario por terminado. Pero siguió haciendo fichas, y en el momento de morir tenía varios metros de palabras nuevas que esperaba ver incluidas en las futuras ediciones. En realidad, lo que esa mujer de fábula había emprendido era una carrera de velocidad y resistencia contra la vida.

Su hijo Pedro me ha contado cómo trabajaba. Dice que un día se levantó a las cinco de la mañana, dividió una cuartilla en cuatro partes iguales y se puso a escribir fichas de palabras sin más preparativos. Sus únicas herramientas de trabajo eran dos atriles y una máquina de escribir portátil, que sobrevivió a la escritura del diccionario. Primero trabajó en la mesita de centro de la sala. Después, cuando se sintió naufragar entre libros y notas, se sirvió de un tablero apoyado sobre el respaldar de dos sillas. Su marido fingía una impavidez de sabio, pero a veces medía a escondidas las gavillas de fichas con una cinta métrica, y les mandaba noticias a sus hijos. En una ocasión les contó que el diccionario iba ya por la última letra, pero tres meses después les contó, con las ilusiones perdidas, que había vuelto a la primera. Era natural, porque María Moliner tenía un método infinito: pretendía agarrar al vuelo todas las palabras de la vida. «Sobre todo las que encuentro en los periódicos», dijo en una entrevista. «Porque allí viene el idioma vivo, el que se está usando, las palabras que tienen que inventarse al momento por necesidad». Sólo hizo una excepción: las mal llamadas malas palabras, que son muchas y tal vez las más usadas en la España de todos los tiempos. Es el defecto mayor de su diccionario, y María Moliner vivió bastante para comprenderlo, pero no lo suficiente para corregirlo.

Pasó sus últimos años en un apartamento del norte de Madrid, con una terraza grande, donde tenía muchos tiestos de flores, que regaba con tanto amor como si fueran palabras cautivas. Le complacían las noticias de que su diccionario había vendido más de 10.000 copias, en dos ediciones, que cumplía el propósito que ella se había impuesto y que algunos académicos de la lengua lo consultaban en público sin ruborizarse. A veces le llegaba un periodista desperdigado. A uno que Ie preguntó por qué no contestaba las numerosas cartas que recibía le contestó con más frescura que la de sus flores: «Porque soy muy perezosa». En 1972 fue la primera mujer cuya candidatura se presentó en la Academia de la Lengua, pero los muy señores académicos no se atrevieron a romper su venerable tradición machista. Sólo se atrevieron hace dos años, y aceptaron entonces la primera mujer, pero no fue María Moliner. Ella se alegró cuando lo supo, porque le aterrorizaba la idea de pronunciar el discurso de admisión. «¿Qué podía decir yo », dijo entonces, «si en toda mi vida no he hecho más que coser calcetines?».

Copyright 1981, Gabriel García Márquez-ACI.

* Este articulo apareció en la edición impresa del Martes, 10 de febrero de 1981

http://elpais.com/diario/1981/02/10/opinion/350607617_850215.html

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Gabriel José de la Concordia García Márquez (Colombia 1927 – México 2014)Gabriel 

“Ella le preguntó por esos días si era verdad, como decían las canciones, que el amor lo podía todo. «Es verdad», le contestó él, «pero harás bien en no creerlo»”
Del amor y otros demonios

“Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. « È vero» le rispose lui «ma farai bene a non crederci»”
Dell’amore e di altri demoni

¡Hasta pronto!

Karina Chonati Romo

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